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Il Mulino del Po

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Nell’agosto del lontano 1948 la gente Rivaltese è stata testimone e partecipe di una esperienza unica: le riprese di alcune scene del film di Alberto Lattuada “Il Mulino del Po”.

Il film è la riduzione cinematografica di una parte del terzo volume dell’omonimo romanzo di Bacchelli. Il corposo romanzo di Bacchelli, scritto tra la fine degli anni trenta e gli inizi dei 40, racconta la saga di una famiglia di mugnai - gli Scacerni, dalla fine del settecento, partendo dalla disastrosa campagna di russia di Napoleone (campagna nefasta che si apprestava a ripetersi negli stessi anni di scrittura del romanzo) fino alla Prima Guerra Mondiale.

Ma perché proprio a Rivalta?

Lo stesso Lattuada racconta in una intervista la preparazione del film, la scelta di Borgoforte per le riprese del Mulino e la successiva peregrinazione per i paesi della provincia alla ricerca delle altre ambientazioni.

Aiuta forse a capire la scelta della provincia di Mantova la figura del direttore di produzione: Clemente Fracassi, giovane laureato cremonese che diverrà il direttore di produzione di quasi tutti i film di Federico Fellini. Fracassi è un giovane cremonese emigrato a Roma ma con un passato mantovano di gioventù. Fracassi infatti ritornerà a Mantova alcuni anni dopo il Mulino del Po, per girare come regista il film “Senso” con Amedeo Nazzari e un giovane Mastroianni agli esordi.

La ricerca dei luoghi e dei personaggiimpegna Lattuada e il suo entourage alcuni mesi prima dell’inizio delle riprese, passando dai mercati e dalle piazze. Lattuada individua a Medole un muratore, Giacomo Giuradei detto Memo, che diverrà il personaggio clou del film: Princivalle Scacerni.

Viene individuata la piazza di Rivalta come luogo idoneo alla scena delcomizio (capitolo centrale del romanzo). La piazza di Rivalta diventa la piazza della Guarda Ferrarese, dove si muovono i personaggi di Bacchelli. Ma la piazza di Rivalta e il suo circondario sono anche lo scenario ideale per girare altri episodi come le carceri, la riunione della lega, lo sciopero, con una meravigliosa sequenza del fondo Mincio, l’inizio della protesta dei contadini verso un futuro incerto, di lotta e di sangue. In quest’ultimoepisodio è il rivaltese Luigi “Bigio” Morelli, a capo dei braccianti insorti, che recita davanti a Don Cipriano “Benedite la bandiera, l’è la bandiera dei poveri” e Don Cipriano, conscio della tragedia che li travolgerà, glirisponde “Io benedico voi povera gente”.

Lattuada, allora 28 enne e con una laurea in architettura, è puntigliosissimo ed esigente; precisione che serberà in tutta la sua carrieradi regista. Chiunque guardi e riguardi il film non noterà sbavature oparticolari estranei, ma apprezzerà ambientazioni perfette, direzione degliattori e delle comparse impeccabile, stupenda fotografia di Aldo Tonti,vero maestro del bianco e nero.

Il restauro del film avvenuto lo scorso 2008 testimonia l’alto valore artistico dell’opera, vero caposaldo del cinema neorealista del dopoguerra italiano.

Luigi Zappavigna

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